giovedì 11 febbraio 2010

Liguria

La liguria è verticale. Un’erta ripa di terra che si solleva sul mare con perentoria bruschezza, un arcobaleno di roccia che specchia il suo dorso rugoso, sul quale si aggrappano le radici contorte dell’ulivo e del pino, nell’inesausta irrequietezza del mare, e che solo di rado addolcisce i suoi declivi a formare un’esigua piana sabbiosa su cui l’onda, dopo tanto accanirsi sul granito duro della roccia, può distendersi in lunghe onde fruscianti. Una terra impervia e avara, che in origine non offriva nulla all’insediamento dell’uomo se non la luminosa bellezza del suo cielo e del suo mare e la mite fragranza del suo vento impregnato di salsedine. La scelta stessa del sito ove edificare la propria casa, per chi nondimeno aveva deciso di eleggere questa terra a propria dimora, era qui problematica. Il ligure ha dovuto adattarsi a fissare i suoi insediamenti nei luoghi più insoliti e incongrui, costruendo borghi e villaggi su speroni rocciosi a strapiombo sul mare e in tal modo adattandosi a vivere in una sorta di sospensione vertiginosa sull’acqua, col fragore inquietante dell’onda perennemente nelle orecchie; oppure, se la prossimità al mare era impedita dalle incursioni dei sempre numerosi scorridori dei mari, addentrandosi nelle silenziose vallate dell’entroterra e fissandosi in vetta a un’altura, nelle pieghe più riposte dei monti, lungo il fianco scosceso di un colle, in riva a torrenti che riconducono al mare e mantengono con esso quel legame mai dimenticato dal ligure, come se il suo sangue fosse impastato della stessa salsedine che impregna il vento e la terra. In questi villaggi, nelle stradine silenziose o risuonanti dei giochi dei bambini, con le barche parcheggiate accanto all’uscio di casa, tra le pietre annose, i panni stesi e le antiche insegne, la vita degli abitanti scorre ancor oggi sommessamente, seguendo ritmi arcaici che appaiono lontani anni luce dall’esistenza caotica e convulsa del mondo urbano di oggi.

Se arduo è stato per il ligure trovare un lembo di terra atto ad accogliere le fondamenta della sua casa, ancor più difficile gli è stato ricavare di che vivere da questo suolo di roccia impervia. La Liguria è verticale, si è detto, e, appunto, nulla è più ostile della verticalità del suolo all’esercizio dell’agricoltura. I liguri sono stati costretti a costruirsi, letteralmente, la terra del loro lavoro. Essi hanno dovuto rompere, tagliare, plasmare in terrazze e gradoni le pareti verticali della propria regione per poterne ricavare porzioni di suolo atto ad ospitare l’agricoltura. E forse non esiste in nessun’altra parte del territorio italiano un paesaggio “costruito” quanto quello della Liguria, con le sue fasce digradanti lungo il fianco dei declivi modellati, si direbbe, dalla mano possente di un ciclope. Un tale territorio costa una fatica immensa, una pazienza infinita, un impegno ininterrotto. Scolpita la roccia a colpi di piccone in piani orizzontali, in balconi su cui trova posto il campo coltivato, occorre bloccare e rinforzare il suolo. Con un lavoro interminabile e spossante, dopo lente risalite dei pendii, una pesante cesta carica di pietre sulla spalle, l’uomo ha dovuto edificare tutta una serie di muretti in pietra a secco per sostenere i balconi di terra, quindi interrare, rassodare, battere il suolo perché opponesse resistenza al vento e alla pioggia. Ma lo sforzo, in situazioni di questo tipo, non è mai sufficiente: la stessa disposizione del terreno fa sì che sotto l’azione degli elementi naturali esso frani lentamente verso valle. Bisogna quindi riedificare le parti cedute, portar su altre pietre, riparare continuamente. Solo una volontà e una tenacia sovrumane hanno permesso al ligure di sostenere questo sforzo inesauribile. Nel suo impegno di plasmare il territorio per trarne il frutto del proprio sostentamento, egli ha dato prova di un coraggio smisurato, di una caparbietà indomabile, di un’energia illimitata. Ancor oggi in alcune zone residuali viene consumata questa fatica sfibrante, come nelle Cinque Terre, dove la coltura della vigna trova posto nelle balze di pendii strapiombanti direttamente nell’azzurro del mare e dove il contadino, nella stagione della vendemmia, sale e scende continuamente per più e più giorni, col dorso gravato di ceste colme dell’uva vendemmiata, lungo scalinate pensili e ripidi sentieri adatti più all’agile piede della capra che a quello rigido e impacciato dell’uomo. Si tratta di una vera e propria agricoltura acrobatica, dove il termine acrobatico deve intendersi non solo alla lettera, ma anche nel senso di un’esistenza condotta perennemente sul filo del rasoio, sempre pronta a precipitare nell’indigenza, giacché la Liguria, per quanto ricostruita con tanto sudore e resa adatta a fruttificare, pure difficilmente poteva dare, in ogni stagione, cibo sufficiente per tutti i suoi figli. Ed è al mare che il ligure ha dovuto spesso affidarsi per trovare la propria sopravvivenza. Dapprima cercandovi, con la pesca, quella fonte di sostentamento che non gli dava a sufficienza la terra, poi, scopertolo parco di pesci come povera di frutti era la terra, percorrendolo per procurarsi in luoghi lontani ciò che non poteva dargli la patria. Ed è stato straordinario come questo contadino cresciuto su una terra aspra e avara, che l’ha reso duro e chiuso e diffidente nei confronti del mondo, abbia imparato a navigare su tutti i mari e dovunque sia sbarcato abbia saputo intrattenere scambi e commerci con qualsiasi popolo e sia diventato così abile in quest’arte da costruirsi a poco a poco una ricchezza più grande di quella degli stessi re d’Europa, di quei re che per finanziare le loro guerre dovettero addirittura ricorrere, in più di un’occasione, al prestito dei genovesi. Fu grazie a queste ricchezze se i liguri poterono dar vita, sul proprio suolo, ad una città, Genova, che fu per secoli una delle più belle del mondo, tanto da meritarsi l’appellativo di “Superba”.

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