Ho scelto di definire i vari modi di esercitare l'arte discipline artistiche appunto per sottilineare la necessità che la pratica dell'arte debba rispondere innanzitutto a una disciplina, ossia all'esigenza di acquisire un mestiere con un tirocinio esigente e impegnativo attraverso il quale ciascuno troverà il proprio linguaggio personale. In altre parole, chi vuol fare arte dovrà diventare in primo luogo un artigiano capace, dopodiché, se avrà talento, potrà essere un artista, grande o piccolo si vedrà. E questo per riaffermare una volta per tutte un concetto che si trascura da tempo in nome del falso mito della creatività istintiva, vale a dire che il talento, per esprimersi, dovrà necessariamente affidarsi al mestiere.
Ma che dire a proposito di dove siamo arrivati con gli sperimentalismi nati da quella malintesa necessità di andare oltre il già visto e il già provato che, da un certo momento in poi, ha informato gran parte delle arti (non solo figurative)? Tanto per fare un esempio, in questo momento ho sott'occhio il catalogo di una mostra di "Arte americana" tenuta nel (già) lontano 1992 al Lingotto di Torino. Ricordo perfettamente l'impressione provata durante quella visita. Accanto ad autori ed opere di pregio (tra gli altri, figuravano Ben Shahn, George Tooker, Andrew Wyeth) erano esposti un assembramento di tubi fluorescenti (titolo "Luce fluorescente bianca"), una serie di cassetti di rame appesi a una parete ("Untitled"), un cappello, la fotografia del cappello e la definizione stampata del cappello ("One and Three Hats"), tre fili di piombo in forma serpentina ("Lead Pipe") ecc. Quello che, in quell'occasione, lasciava di stucco era proprio la disinvoltura con cui i curatori della mostra, accanto ad artisti "veri", esponessero lavori molto discutibili come quelli da me citati. Non parliamo poi di ciò che ci viene ammannito da un po' di tempo a questa parte alle Biennali veneziane... Con questo dove voglio arrivare? Voglio dire che la cosa veramente sconcertante è che oggi i nostri critici d'arte sembrano malati di schizofrenia quando, per esempio, vanno in brodo di giuggiole allorché parlano della mostra di un grande del passato (ricordo alcune mostre viste negli anni recenti, come una di Van Dick a Genova e una di Caravaggio a Firenze, entusiasticamente recensite da molti critici), ma poi elogiano anche (sia pure, talvolta, con reticenza) certe mostre di autori simili a quelli che avevano prodotto i tubi fluorescenti o i cassetti nella mostra americana. C'è, insomma, qualche critico d'arte, oggi, da qualche parte, che abbia il coraggio di dire, davanti a certi prodotti che circolano ancora troppo numerosi nelle gallerie d'arte, "Basta con queste imposture (o porcherie o pagliacciate)?"
Che cosa mi propongo, insomma, con questo sfogo? Di lanciare una sorta di rappel à l'ordre come quelli già visti in passato? Ebbene, credo che la mia intenzione sia proprio questa. Credo sia proprio arrivato il momento di dire con forza che l'arte deve tornare ad essere una cosa seria e importante, qualcosa di sublime, come si diceva una volta, che faccia vibrare l'anima e i sensi, il cuore e la mente. C'è qualcuno che voglia raccogliere il mio appello?
Due esempi tratti dalla mostra ARTE AMERICANA del 1992: Donald Judd: Untitled (a sinistra); George Tooker: Subway (a destra). Credo che ognuno possa giudicare, qui, dove stia la differenza tra arte e non arte.

Ma che dire a proposito di dove siamo arrivati con gli sperimentalismi nati da quella malintesa necessità di andare oltre il già visto e il già provato che, da un certo momento in poi, ha informato gran parte delle arti (non solo figurative)? Tanto per fare un esempio, in questo momento ho sott'occhio il catalogo di una mostra di "Arte americana" tenuta nel (già) lontano 1992 al Lingotto di Torino. Ricordo perfettamente l'impressione provata durante quella visita. Accanto ad autori ed opere di pregio (tra gli altri, figuravano Ben Shahn, George Tooker, Andrew Wyeth) erano esposti un assembramento di tubi fluorescenti (titolo "Luce fluorescente bianca"), una serie di cassetti di rame appesi a una parete ("Untitled"), un cappello, la fotografia del cappello e la definizione stampata del cappello ("One and Three Hats"), tre fili di piombo in forma serpentina ("Lead Pipe") ecc. Quello che, in quell'occasione, lasciava di stucco era proprio la disinvoltura con cui i curatori della mostra, accanto ad artisti "veri", esponessero lavori molto discutibili come quelli da me citati. Non parliamo poi di ciò che ci viene ammannito da un po' di tempo a questa parte alle Biennali veneziane... Con questo dove voglio arrivare? Voglio dire che la cosa veramente sconcertante è che oggi i nostri critici d'arte sembrano malati di schizofrenia quando, per esempio, vanno in brodo di giuggiole allorché parlano della mostra di un grande del passato (ricordo alcune mostre viste negli anni recenti, come una di Van Dick a Genova e una di Caravaggio a Firenze, entusiasticamente recensite da molti critici), ma poi elogiano anche (sia pure, talvolta, con reticenza) certe mostre di autori simili a quelli che avevano prodotto i tubi fluorescenti o i cassetti nella mostra americana. C'è, insomma, qualche critico d'arte, oggi, da qualche parte, che abbia il coraggio di dire, davanti a certi prodotti che circolano ancora troppo numerosi nelle gallerie d'arte, "Basta con queste imposture (o porcherie o pagliacciate)?"
Che cosa mi propongo, insomma, con questo sfogo? Di lanciare una sorta di rappel à l'ordre come quelli già visti in passato? Ebbene, credo che la mia intenzione sia proprio questa. Credo sia proprio arrivato il momento di dire con forza che l'arte deve tornare ad essere una cosa seria e importante, qualcosa di sublime, come si diceva una volta, che faccia vibrare l'anima e i sensi, il cuore e la mente. C'è qualcuno che voglia raccogliere il mio appello?
Due esempi tratti dalla mostra ARTE AMERICANA del 1992: Donald Judd: Untitled (a sinistra); George Tooker: Subway (a destra). Credo che ognuno possa giudicare, qui, dove stia la differenza tra arte e non arte.


L'amico Armando Fossati mi ha scritto sulla mail:
RispondiElimina"L'opera d'arte, per essere tale, deve essere necessariamente di difficile comprensione? Perché gli artisti (o i critici) non sono capaci di spiegare l'arte senza ricorrere ad un linguaggio tecnico oscuro per la maggioranza, e comprensibile solo da parte di pochi "iniziati"? Perché non sentono il bisogno di parlare o scrivere per tutti? Nei secoli passati, per quanto mi risulta, non c'era attorno all'artista un'atmosfera di entusiasmo, dovuta proprio al consenso del popolo, o almeno all'ammirazione dell'opinione pubblica, che riusciva ad apprezzare meglio le opere d'arte?"
Cesare Simonetti, a proposito di una conversazione su talune affermazioni di Jean Clair tra me e un altro, mi ha scritto sulla mail:
RispondiElimina"Anche io condivido cio' che dice Jean Clair....lo condivido da lungo tempo.... e Dionisio Difrancescantonio qualcosa ne sa di certo, se ricorda quando,a casa sua, ammirando tanti suoi dipinti e disegni, ne pretesi alcuni. Oggi il "mercato dell'arte" e' piu' che mai un suk, e non perche' manchino bravi o bravissimi o eccellenti artisti anche al giorno d'oggi, ma perche' dei meri truffatori, dei furbi d'accordo con cosidetti "critici", vengono spacciati per artisti tout court o magari grandi, grandissimi artisti. E neppure i grandissimi sono esenti da speculazioni di livello veramente basso, come ad esempio il grande Picasso che scarabocchiava in serie, a velocita' supersonica, delle ceramiche poi vendute a carissimo prezzo: in gergo, queste si chiamano "marchette".....Siccome non sono un pittore, non sono un critico, non sono uno specialista, e le arti di cui posso, con un certo discernimento, parlare sono la musica classica e la letteratura, per la pittura (che mi piace morbosamente e che mi dona emozioni strane e contrastanti...) ho adottato un metodo assolutamente non ortodosso, ma che a me va bene: acquisto solo quadri che "mi piacciono", che "capisco", che mi danno gioia, che mi emozionano in qualche maniera. Molti dei quadri che possiedo sono di giovanissimi pittori alle prime armi, ma non importa se diverranno famosi, mi importa poterli avere a portata di occhio e cuore, importa che possa ogni volta emozionamarmi, guardandoli.
Quanto ai critici famosi lasciamoli alla loro spocchia, alla loro supponenza: la beffa del falso Modigliani di Livorno (semplicemente epica!!!) ha messo a nudo la loro inanita' e la loro presuntuosa superbia, coprendoli di ridicolo, ad iniziare dal superfamoso Professore Carlo Argan di Roma, vero vate ed icona della sinistra "intelligente" ed antropologicamente superiore....
E' importante sapere ragionevolmente rifiutarsi al conformismo pseudo culturale e imparare e pensare con il proprio cervello. Ne guadagnerebbe la nostra dignità, il nostro portafogli e...l'Arte, questa grande dimenticata".
Cesare Simonetti